Un bell’articolo sul ping pong

Mentre come avrete notato nello spot olimpico di Samsung, uno dei principali sponsor dei Giochi di Londra, il ping pong è uno degli sport che trova più spazio, tre o quattro volte in pochi minuti (il mercato asiatico dell’high tech ha le sue esigenze), mentre come ad ogni edizione tutti raccontano la bella storia della polacca Partyka, emulata da Pystorius, protagonista tra i normodotati e campionessa tra i disabili, come ad ogni edizione dei Giochi Olimpici accade che improvvisamente anche in Italia i media nazionali si interessino degli sport “minori”, nella maggior parte dei casi perché vincono e tengono alto l’onore dello sport italico maramaldeggiato da malefatte e pessimi esempi calcistici, ma anche per proporre qualcosa di nuovo ed ecco che si parla perfino del tennistavolo. E’ quanto ha fatto anche il vicedirettore de Il Giornale il 3 agosto scorso pubblicando questo interessante articolo che, facendo riferimento alla visita di Bill Gates alla Excel Arena di Londra, ma anche a notizie già più volte proposte e pubblicate, come l’esibizione di Obama e Cameron in un College inglese, ha dato un bel contributo di popolarità per la nostra disciplina, un articolo che merita considerazione e qualche riflessione sulla nostre ricchezze e le nostre contraddizioni.
Oratori e miliardari uniti dal ping pong
È lo sport giocato da tutti, ma che piace ai potenti. Una racchetta per Obama e Cameron, Gates e Buffet

di Giuseppe De Bellis

Il futuro pesa 2,7 grammi. La pallina da ping pong vuole spazio, cerca adepti. Guarda quel signore col cappellino blu e la maglia arancio: Bill Gates s’accomoda tra il pubblico del tennis tavolo olimpico.

Guarda la sua atleta preferita, l’americana Ariel Hsing. Lei perde e lui dopo qualche giorno promette alla federazione internazionale: «Mi farò ambasciatore del ping pong in America». È un’attrazione irresistibile, uno sport magnetico. C’entra con le nostre serate estive, con i terrazzi, le verande, i cortili, gli oratori. C’entra e non c’entra. Perché qui è una cosa diversa: quei 2,7 grammi vanno a centocinquanta chilometri all’ora. Uguale e diverso, allora. E’ sport, non gioco. Una melodia continua: titic-titoc, titic-titoc, interrotto solo dall’urlo di esultanza di uno dei due giocatori. E’ Londra, sembra Pechino: vince il cinese Zhang Jike, battendo un altro cinese, Hao Wang. Quattro anni fa presero anche il bronzo, quest’anno non possono perché il Cio ha detto che nel singolare ogni paese può far giocare al massimo due atleti. La Cina li porta davanti a tutti. Terzo è un tedesco, unico occidentale in un mondo in cui anche le nazionali europee giocano praticamente solo con naturalizzati asiatici. È il nuovo mondo che si espande, perché il tennis tavolo cresce, aumenta i suoi giocatori: prende i figli degli asiatici nati in occidente e li fa campioni. È genetica, forse. E’ tradizione. È lo sport del futuro che viene dal passato. Torna a casa, portato da una generazione nuova che impugna la racchetta all’europea rimanendo asiatica nei tratti e nella concentrazione. Il sindaco di Londra Boris Johnson, quattro anni fa, rivendicò la parternità del ping pong: «Fu inventato sui tavoli da pranzo inglesi nel 1800. Lo chiamarono wiff waff. C’è una differenza enorme tra noi inglesi e il resto del mondo. Un’altra nazione, la Francia per esempio, guarda un tavolo da pranzo e vede l’opportunità di mangiare. Noi guardiamo lo stesso tavolo e vediamo l’opportunità di creare un nuovo sport, il wiff waff. Ai cinesi che sono i migliori giocatori del mondo, io dico solo una cosa: il ping pong torna a casa».Bentornato, bentrovato. Lo sport più praticato al mondo e lo sport dei grandi. Leader, politici, miliardari, attori, registi, star varie. Il tennis tavolo è un biglietto da visita, è il cocktail per rendere tutti più sereni. In uno degli ultimi meeting del G8, Barack Obama e David Cameron furono fotografati mentre si facevano un doppio. Il presidente Usa da senatore dello Stato dell’Illinois approvò i fondi governativi agli US Open 2004 a Chicago. «Cari amici del tennis da tavolo, con questa lettera esprimo il mio entusiasmo per il vostro evento, per i 2,2 milioni di partecipanti su 20 milioni di pongisti Usa e 300 milioni nel mondo, dello sport nazionale della Cina, nostro mercato economico in espansione». Il tennis tavolo è un mezzo. Senza affondare nel ricordo della diplomazia del ping pong degli anni Settanta. Basta guardare al resto. Bill e Hillary Clinton fotografati con le racchette e le palline, così Nicolas Sarkozy, così il leader cinese Hu Jintao. Tutti credono di saper giocare e tutti lo adorano. E’ fatta. E’ così da sempre, ma adesso di più. Allora ecco Bill Gates che gioca con Warren Buffet, col quale condivide la passione e l’amicizia con la nazionale americana Ariel Hsing. Lei li chiama “zii”. Con Mister Microsoft si conoscono da quando lei aveva 9 anni. Lui a Londra è venuto per Ariel. Per lei che una volta ricevette una chiamata e si preparò immediatamente: un elicottero privato arrivò una mezz’oretta dopo a prelevarla per portarla a casa di Bill. C’era un gruppo di investitori asiatici e c’era Buffet. Lei arrivò e giocò con tutti, vincendo con tutti. Poi toccò ai due finanzieri: fotografati allora con racchetta e palline. Non è un passatempo. E’ una passione. Gates che promette di fare qualcosa per aumentare il numero dei giocatori americani è una chiave per comprendere il futuro. Il ping pong è universale, è facile, è immediato. Il primo videogioco della storia si chiamava Pong. I creatori dell’Atari cercavano un qualcosa di semplice che distogliesse dall’ubriacarsi nei pub, il tennis era upper class per l’immaginario di massa, ma tutti conoscevano il ping pong. Prego. Le Olimpiadi l’hanno tirato dentro alla fine degli anni 80. A Barcellona, nel 1992, accadde qualcosa di sorprendente: l’oro lo prese uno svedese, Jan Ove Waldner. Il giocatore forse più leggendario della storia di questo sport e forse sconosciuto a molti. Tranne in Svezia. E tranne in Cina. Così nel 2005 lui che ha fatto? Ha aperto un ristorante-bar a Pechino.Il ping pong spiega dove andremo. Perché a un certo punto per omaggiare la Cina bisognava presentarsi da loro e portare due racchette: dai, umiliateci. Ora il meccanismo s’è invertito. Loro sono padroni, poi vengono Singapore, Giappone, Taiwan, Corea: il nuovo mondo che si spinge verso il vecchio. Perché i figli espatriati di quelle terre giocano ovunque si trovino. Cambiano le bandiere, non il gioco. Il ping pong è oltre i confini. I grandi guardano, i grandi giocano. La prima partita della amica di Gates qui è stata con una ragazza del Lussemburgo, Xia Lian Ni. Naturalizzata, simbolo di un Paese che qui ha portato dieci atleti appena. Il Granduca Enrico ha visto un solo evento in tutti i Giochi. Quello. L’hanno chiamato il match da 115 miliardi di dollari, contando il patrimonio di due spettatori. Per il ping pong. Piccolo e grande, comune e unico, uguale e diverso a quello che giochiamo noi. Il mondo può entrare anche in quella pallina vuota. Ci sono appena 40 millimetri di diametro da riempire.

Fonte: Fitet

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