Sette commi per spegnere il sole

La politica energetica italiana riscritta dall’art.26 del decreto per lo sviluppo. Rischio default per il settore del fotovoltaico

Il 27 giugno l’Ansa riporta: “Tariffe: da luglio luce stabile, gas -6,3%“. Il gas cala, la bolletta elettrica rimane invariata. Eppure si sa che il costo dell’energia elettrica è in discesa. Perché la bolletta non ne tiene conto?

Come ti taglio la bolletta

La norma battezzata “taglia-bollette”, contenuta nel decreto legge 24 giugno 2014 n.91, è l’ultimo atto del governo in materia di energie rinnovabili. Un articolo e sette commi già noti da settimane, che non hanno però goduto di particolare attenzione presso la stampa nazionale. The Wall Street Journal ha invece dedicato al tema un lungo articolo, datato 19 giugno, che passa in esame la nostra politica energetica nazionale. Il titolo è netto: “Renzi rovescia i mulini a vento”. Pochi giorni fa, a conferma dell’attenzione che all’estero hanno suscitato questi sette commi, si è aggiunto il Financial Times, sottolineando la protesta di quanti, solo pochi anni fa, avevano creduto alle opportunità di investimento nel sole italiano, garantite per legge: “Gli investitori contestano all’Italia i tagli per l’energia solare”. Problema non da poco, per un governo alla ricerca di capitali stranieri e alla prese con la ricostruzione della credibilità internazionale. Il contenuto del decreto è illustrato nell’articolo di Agnese Bafundi.

Coinvolto il 55 percento della capacità fotovoltaica nazionale

Il fatto che la norma nasca all’interno di un decreto d’urgenza “per lo sviluppo” dovrebbe far pensare che, almeno nelle intenzioni del governo, il vantaggio procurato alle piccole e medie imprese dalla riduzione della bolletta sia superiore allo svantaggio subìto dal settore fotovoltaico per i tagli agli incentivi a suo tempo promessi. Secondo le stime del ministero dello Sviluppo economico, le aziende interessate dai tagli in bolletta previsti dal decreto sarebbero 710mila. Per la Cgia di Mestre, dal provvedimento resterebbero in questo modo esclusi almeno 4 milioni di imprese e di lavoratori autonomi che operano al di sotto della soglia dei 16,5 KW.
La “rimodulazione” degli incentivi, in vigore dal 2015, colpirebbe, sempre secondo le associazioni di categoria, circa 8.600 impianti con una capacità di oltre 200 chilowatt, che rappresentano il 55 percento della capacità fotovoltaica nazionale. A questi sarebbero poi da aggiungere le piccole imprese dell’indotto territoriale (manutenzione, trasporti, cantieristica, servizi ecc.) nate e cresciute in funzione delle grandi fattorie solari.

Indebitamento & Sviluppo

Basandosi sulle originarie tabelle di erogazione degli incentivi, il settore si è sviluppato grazie al convinto intervento delle principali banche italiane, che hanno anticipato o garantito gli investimenti necessari alla realizzazione dei grandi impianti. L’alta redditività iniziale ha inoltre attratto nel settore numerosi fondi pensione. Tanto ottimismo, allora confortato dai numeri e dalle leggi vigenti, ha portato il sistema bancario italiano  (secondo la stima di un operatore interpellato da Politx) a un’esposizione finanziaria oggi superiore ai 30 miliardi di euro.
La decurtazione degli incentivi (o in alternativa la loro spalmatura su un periodo più lungo) tocca dunque in maniera diretta il sistema bancario, chiamato dal decreto a rifinanziare il mancato introito delle aziende fotovoltaiche, con la garanzia della Cassa Depositi e Prestiti. Ciò comporterà per le aziende altri debiti per interessi passivi e una maggiore esposizione finanziaria con le stesse banche, che a loro volta dovrebbero coprire l’ingresso di nuovi crediti a rischio per non vedersi declassare il rating. Secondo alcuni analisti, gli indicatori sarebbero molto vicini alla soglia d’allarme, oltre la quale gli istituti di credito dovrebbero chiedere il rientro dei capitali investiti o, quando non fosse possibile, l’escussione della garanzia, con conseguente passaggio di mano per diverse aziende. Per le stime di AssoRinnovabili, il decreto metterebbe a rischio almeno 10mila posti di lavoro del settore.

Quanto costa l’energia

Gli effetti negativi (temuti) dovrebbero essere compensati dai risparmi (sperati) sulle bollette di piccole e medie imprese. Il fine, ovvero la necessità di tagliare le bollette, è certamente condivisibile. Il mezzo, cioè la decurtazione degli incentivi sui quali si fondava l’investimento delle imprese, appare invece sproporzionato rispetto agli obiettivi.

Vale la pena di vedere come è composta la bolletta elettrica per capire la reale influenza delle rinnovabili nella determinazione del prezzo finale di vendita.

Gli incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate (componente A3) rappresentano l’84,50% degli oneri di sistema, che a loro volta corrispondono al 21,43% della bolletta. Su 100 euro, la quota attribuibile alle rinnovabili è dunque di circa 18 euro, 15,80 vanno alla distribuzione, 13,34 sono di imposte. Poco meno di 50 euro è il costo dell’energia al cliente. E’ in questa voce che è contenuto il prezzo dell’energia all’ingrosso pagato al fornitore, energia che può essere originata da gas, carbone, nucleare, eolico, fotovoltaico ecc. Questo prezzo è soggetto alle condizioni di mercato e si muove più volte al giorno, anche con forti variazioni, in base ai dati comunicati dai produttori. Il meccanismo di formazione del prezzo è materia complessa, ma dalle tabelle disponibili sul sito del GME è facile notare come il valore medio diventi più basso nei mesi con maggiore esposizione solare e nelle ore centrali della giornata, quando l’apporto delle rinnovabili è superiore.

Grazie a questa dinamica, lo scorso anno, il 16 giugno 2013, il prezzo minimo di offerta è stato pari a zero. Questa condizione eccezionale di mercato, favorita anche dalla felice congiuntura di condizioni climatiche, si è verificata in tutto il territorio della Penisola (dove il prezzo può avere oscillazioni molto forti tra regione e regione) e si è protratta per due ore. Ciò significa che in quel periodo di tempo, e per la prima volta nella storia, l’Italia è stata interamente alimentata da energie rinnovabili. Per comprendere il significato, anche tecnico, di questo evento rimandiamo a un dettagliato articolo di Angelo Parisi.

Qui basti vedere in quale misura l’apporto delle rinnovabili abbia contribuito alla riduzione del prezzo dell’energia all’ingrosso: nel 2008 era di 86,98 (€/MWh), nel 2012 di 75,48, a giugno 2014 di 47,73. Variazioni significative, i cui effetti sul prezzo non sono però mai stati percepiti dagli utenti. Eppure, dati GME alla mano, il prezzo dell’energia all’ingrosso è sceso anche nel breve periodo: dai 59,27 €/MWh dello scorso gennaio ai 47,73 di oggi. In quali tasche va a finire questo differenziale invece di concorrere ad abbassare il prezzo di vendita? Di certo non ai gestori degli impianti, i cui introiti sono rappresentati esclusivamente dall’energia venduta e dagli incentivi.

Questa misura punta adesso a ridurre le bollette prelevando il fabbisogno da quelle  imprese (già indebitate) che hanno contribuito alla riduzione del prezzo. Ma se si colpisce la componente calmierante, vale a dire i fornitori capaci di offrire il prezzo migliore (per fornire energia pulita), è facile prevedere quotazioni al rialzo per l’energia all’ingrosso (e un maggior consumo di fonti fossili). Basterebbe domandarsi dove vada a finire il minor costo dell’energia e trovare in quella risposta le risorse necessarie per alleggerire le bollette, senza sacrificare un settore strategico nel suo stato nascente. Di questo, i sette commi dell’articolo 26 sembrano non fare cenno, eppure è in quelle poche righe che viene scritto un capitolo fondamentale della politica energetica nazionale.

Fonte: http://www.politx.it/italia-spegne-sole/

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