Petizione contro il vitalizio dei parlamentari

Ogni tanto facciamo una proposta. Siccome di solito è buona e ragionevole, è certo che verrà ignorata (l’ultima, per una riforma costituzionale ed elettorale che ci desse più e non meno democrazia, avrebbe consentito agli italiani di contare di più, ai politici di recuperare un po’ di consenso, all’Italia di migliorare e a Renzi di vincere il referendum e restare premier). Ma molti lettori continuano a domandarci: perché, oltre a demolire, non provate a costruire qualcosa? E allora insistiamo, vedi mai che qualcosa o qualcuno si muova. Due settimane fa abbiamo mandato in edicola e in libreria con la nostra casa editrice Paper First un formidabile saggio-denuncia di Primo Di Nicola con Antonio Pitoni e Giorgio Velardi: Orgoglio e vitalizio (chi non l’ha ancora acquistato in edicola si affretti, perché da sabato arriva Mani Pulite 25 anni dopo, per opporre un po’ di memoria alle fake news del partito dei ladri). Il libro racconta uno degli scandali più indecenti della Repubblica: il più odioso privilegio che la casta s’è regalata a spese nostre, un vergognoso spreco di denaro pubblico che continuerà a pesare sulle casse dello Stato, cioè sulle nostre tasche, fino alla totale estinzione dei beneficiari. Una legione di 2mila ex deputati ed ex senatori che intascano cifre da capogiro (fino a 10 mila o più euro netti al mese), anche senz’aver mai messo piede in Parlamento o avendolo fatto per una manciata di sedute (in quel caso devono accontentarsi di 2 mila euro netti mensili). Magari cumulandoli con altri vitalizi per qualche puntatina nei consigli regionali o all’Europarlamento, oltre a quelli maturati per le attività private.

L’altra sera, in uno dei tanti programmi-cloaca della Rai, alcuni buontemponi si divertivano a darmi del bugiardo perché mi ero permesso di respingere al mittente una delle ultime sparate demagogiche di Renzi. L’ex premier aveva invocato le elezioni subito, prima di settembre, per “evitare che scattino i vitalizi, perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo”. Avevo risposto: “Se Renzi trova ingiusti e assurdi i vitalizi, perché aveva promesso di abolirli e poi, in tre anni di governo, non l’ha fatto?”. I maestrini del programma-fogna hanno fatto notare che i vitalizi non esistono più. Invece, comunque li vogliamo chiamare, esistono eccome, anche se dal 2012 sono stati riformati per adeguarli al sistema contributivo che vale per tutti noi cittadini. Solo che anche il nuovo regime continua a favorire smaccatamente i cosiddetti rappresentanti del popolo rispetto a noi comuni mortali. A partire dall’età pensionabile.

I parlamentari eletti per la prima volta nel febbraio 2013, se le Camere non vengono sciolte prima di metà settembre (cioè se la legislatura dura almeno 4 anni 6 mesi e un giorno), a 65 anni incasseranno una pensione di circa mille euro netti al mese con meno di cinque anni di contributi versati. Chi invece avrà fatto due mandati, con 10 o 9 anni di contributi, intascherà un assegno più alto addirittura a 60 anni. Per noi cittadini “normali”, intanto, dal 2018 l’età pensionabile minima salirà a 66 anni e 7 mesi.

Ecco dunque la nostra proposta, che in pochi giorni ha già raccolto 50mila firme su change.org (per aderire, cliccate qui). Non occorre alcuna riforma costituzionale né una nuova legge. Basta una semplice modifica ai regolamenti parlamentari sui vitalizi, varati negli scorsi decenni dagli uffici di presidenza di Camera e Senato. Perciò ci appelliamo ai presidenti Piero Grasso e Laura Boldrini perché cancellino una volta per tutte sia i privilegi maturati dagli ex parlamentari prima del 2012, sia quelli mantenuti dalla riforma di cinque anni fa. Come? Con quattro ritocchi.

1) Ricalcolare tutti i vitalizi attualmente in essere con il sistema contributivo in vigore a Montecitorio e Palazzo Madama dal 2012. E che prevede, in sostanza, un ammontare di circa 200 euro lordi al mese per ciascun anno di mandato parlamentare.

2) Elevare il limite d’età per la percezione dell’assegno previdenziale allo stesso livello previsto dalla legge Fornero per i comuni lavoratori.

3) Introdurre un tetto massimo al vitalizio di 5 mila euro lordi al mese. Anche per coloro che, avendo rivestito cariche in diverse assemblee elettive (Parlamento nazionale, Parlamento europeo e Consigli regionali), percepiscono o percepiranno, in base alle regole attualmente vigenti, più assegni previdenziali.

4) Analogo tetto deve valere anche per tutti coloro che godono o godranno di un trattamento previdenziale frutto dei contributi versati nel corso della propria carriera professionale: se la pensione maturata attraverso l’attività lavorativa privata è pari o superiore a 5 mila euro lordi al mese, l’ex parlamentare non avrà diritto al vitalizio erogato dall’organo elettivo nel quale ha svolto il mandato, ma solo al rimborso dei contributi versati.

Una classe politica ai minimi storici di credibilità e fiducia dovrebbe correre ad approvare all’unanimità queste modifiche di puro buonsenso. Possibilmente prima di metà settembre, quando anche i privilegi dei parlamentari di prima nomina diventeranno diritti acquisiti, aumentando vieppiù lo sputtanamento agli occhi dei cittadini che tirano la cinghia e la carretta. Il Fatto è a disposizione dei politici che vogliono aderire alla proposta. L’altro giorno, sul sito dell’Unità (quello che ha sede nell’isola di Tuvalu, noto paradiso fiscale della Polinesia), Fabrizio Rondolino ha scritto che la nostra campagna “si chiama fascismo”. Se il poveretto sapesse quel che dice, scoprirebbe che i fascismi arrivano quando la gente non si fida più dei partiti democratici. Il giorno del giudizio, anzi del vitalizio, è vicino.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/firmiamo-per-fermarli/

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