Paradisi fiscali

I governi italiani hanno un primato gattopardesco: firmano accordi per la trasparenza con i paradisi fiscali ma senza mai concludere l’iter di ratifica. Tutto cambia perché nulla cambi proteggendo così l’anonimato agli evasori, ai mafiosi e ai corrotti e corruttori: un totale imponibile sufficiente per trasformarci in un paese alquanto benestante al quale non servirebbero le briciole allungate dagli emiri, mentre il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, cercava l’accordo sul Fisco con la Svizzera, ossia la cassaforte che custodisce gran parte del capitale evaso italiano (che alcune stime attestano a circa 200 miliardi di euro). Il negoziato, per ora congelato a causa di problemi con i transfrontalieri del Canton Ticino, prevede la tassazione dei capitali migrati , anche loro, “oltre frontiera”.

Almeno a parole, alcuni stati canaglia sarebbero intenzionati a entrare nella white list per il timore di subire le penalizzazioni evocate negli ultimi G20 e soprattutto dopo la dichiarazione di guerra alle banche Svizzere annunciata da Obama, seguito a ruota dalla timida Europa. Anche noi abbiamo cercato di emulare Obama facendo accordi, per poi tenerli nel cassetto.

Quali saranno state le ragioni che hanno bloccato l’approvazione degli otto accordi firmati dal 2010 ad oggi dai governi Berlusconi e Monti con altrettanti stati che avrebbero voluto passare dalla black alla white list? Il governo Berlusconi ha firmato soltanto due accordi bilaterali “sullo scambio di informazioni in materia fiscale”: con Panama nel 2010 e con le Isole Cook l’anno successivo. Ammutinati ancora prima di entrare in Parlamento, dove non è mai arrivato il disegno legge per la ratifica.

Monti si è dato un gran da fare a siglare trattati con (in ordine di tempo): Isola di Jersey (3 marzo 2012), Bermuda (23 aprile 2012), Baliato del Guernsey (5 settembre 2012), Isole Cayman (3 dicembre 2012), Hong Kong (14 gennaio 2013). Ma in un solo caso è arrivato in parlamento il disegno legge per la ratifica: quello con il Jersey, sei mesi dopo l’accordo però. Una volta arrivato in Parlamento lì è rimasto fintanto che l’attuale governo, a dicembre (esattamente un anno più tardi) ha inviato un nuovo decreto legge per la ratifica dello stesso accordo (unito a quello firmato con le Isole Cook). Dal sito del Governo si legge che sono già pronti i disegni di legge di ratifica degli accordi con l’Isola di Man, Cayman e Guernsey.

Non si capisce perché il governo Letta non abbia predisposto l’invio dei disegni legge per almeno i trattati già firmati, in fondo era sufficiente un copia-incolla ed è noto che “l’iter parlamentare è una corsa a ostacoli”, come sottolinea il senatore del M5S Luis Alberto Orellana, relatore in Commissione affari esteri al Senato dove è appena iniziato il calvario per la ratifica dei trattati con il Jersey e le Isole Cook. “Serve un passaggio in cinque commissioni diverse che ho già sollecitato”, precisa Orellana, “ in fondo basterebbe un’approvazione rapida per provvedimenti non emendabili in aula, ma la vedo lunga e non posso neppure prevedere i tempi”.

Volendo si possono velocizzare i cinque passaggi nelle commissioni e quindi in aula, così come in passato è accaduto per una ratifica di un accordo presentato dal governo Berlusconi. No, non era quello per lo scambio di informazioni fiscali con Panama e Cook, bensì la “Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo”. Perché sotto sotto…il paradiso può attendere.

Guarda l’inchiesta “Patto d’acciaio” andata in onda a Report il 18 novembre 2013

07 febbraio 2014
 
Fonte:http://www.corriere.it/inchieste/reportime/economia/paradiso-fiscale-puo-attendere/1c9598a8-8f2a-11e3-8c4a-c355fa4079e9.shtml
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