L’Fbi chiude Megaupload e Megavideo

NEW YORK – Pugno di ferro degli Stati Uniti contro la pirateria digitale: l’Fbi, in collaborazione con il Dipartimento della Giustizia americano, ha chiuso il sito Megaupload.com e Megavideo.com, ottenendo l’arresto del fondatore e di altre tre persone.

Megaupload è uno dei più noti e più imponenti archivi di film, musica e software, spesso pubblicati senza autorizzazione. Secondo l’accusa, l’attività di Megaupload è costata più di 500 milioni di dollari in mancati profitti ai legittimi detentori del copyright.

Il fondatore del sito, Kim Schmitz, e altri tre sono stati arrestati in Nuova Zelanda su richiesta delle autorità statunitensi. Altre due persone sono ricercate e numerose altre due risultano incriminate. L’atto di forza arriva a 24 ore dallo sciopero di internet  per protestare contro il Sopa, la legge antipirateria in discussione al Congresso che, secondo molte internet company tra cui Google e Wikipedia, metterebbe a repentaglio la libertà di espressione online.

L’offensiva dei pirati. La risposta degli hacker non si è fatta attendere: anunciando su Twitter l’operazione #OpMegaUpload, l’attacco di alcuni individui legati ad Anonymous ha reso irrangiungibili i siti del dipartimento di Giustizia statunitense, della casa discografica Universal, della Recording Industry Association of America (Riaa) e della Motion Picture Association of America (Mpaa).

Cos’è Megaupload? Tecnicamente il sito si presenta come un “cyberlocker”, una sorta di magazzino tramite il quale gli utenti possono archiviare file troppo grandi da spedire via e-mail per condividerli in via riservata con altre persone. Un uso del tutto legittimo nel quale si innesta una zona grigia di illegalità, poiché molti caricano file protetti da copyright e poi diffondono il link per scaricarli su forum e blog, mettendo di fatto in piedi un giro di contenuti pirata. Megaupload guadagna vendendo pubblicità sulle sue pagine e facendosi pagare da gli utenti che vogliano scaricare più di un certo numero di file a velocità più elevata.

In un comunicato pubblicato poco prima della chiusura, Megaupload bollava come ridicole le accuse di violazione del copyright, affermando che “la stragrande maggioranza del traffico generato dal sito è legale. Siamo qui per restare”, garantiva Megaupload, aprendo al dialogo con l’industria dell’entertainment che, scrivevano gli autori del messaggio, “vuole avvantaggiarsi della nostra popolarità”.

Di tutt’altro avviso il Dipartimento di Giustizia, secondo il quale Megaupload “ha riprodotto e distribuito illegalmente su larga scala copie illegali di materiale protetto da copyright, tra cui film – anche prima dell’arrivo in sala – musica, programmi televisivi, libri elettronici e software. Le accuse nei confronti degli indagati sono pesanti: associazione a delinquere finalizzata all’estorsione, al riciclaggio e alla violazione del diritto d’autore. Rischiano oltre 50 anni di prigione ciascuno.

Fonte: Repubblica

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