La Cina svaluta ancora lo yuan

Mentre la Cina prova a mettere il turbo alle proprie esportazioni svalutando ancora la propria moneta, per la terza volta in tre giorni, dall’altra parte del globo crescono le inquietudini sull’impatto che lo scossone asiatico potrà avere sulle economie europee. Per l’Italia le turbolenze sullo yuan arrivano a ridosso di un appuntamento con un dato molto atteso, quello sulla crescita registrata dall’Istat nel primo trimestre, che anche se ovviamente non sconta in alcun modo gli eventi degli ultimi giorni, potrebbe quantomeno già dire se l’obiettivo di crescita del Pil fissati per quest’anno, +0,7%, sia ancora a portata di mano. Cina permettendo, visto che dal Tesoro si registra una certa apprensione sulle conseguenze impreviste che le turbolenze potrebbero avere sulla nostra ripresa. “Non c’è dubbio cje quanto accade in Cina parla all’Italia e desta preoccupazione”, ha spiegato a Repubblica il viceministro dell’Economia Enrico Morando.

Niente panico, sintetizzano gli addetti ai lavori. Non sono le manovre sul cambio a doverci impensierire. “Siamo focalizzati sulla svalutazione ma il vero problema è l’andamento dell’economia cinese che mostra già da tempo segnali di debolezza”, spiega ad Huffpost Luca Mezzomo responsabile analisi macroeconomica della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo. “Il commercio estero sta registrando una forte contrazione e stava già generando effetti negativi anche su Europa e Italia”.

Quanto alle svalutazioni degli gli ultimi giorni però i timori sono contenuti. “La variazione non è preoccupante, stiamo parlando di una svalutaizone del 4,5% sul dollaro, che va a riassorbire il rafforzamento del remminbi (lo yuan ndr) che si era realizzato nell’anno precedente”, spiega Mezzomo. “Gli interventi sul cambio avranno poco effetto, anche nei settori che sono stati maggiormente colpiti in Borsa,non penso che porteranno a grosse variazioni nei volumi di vendita”. La vera paura, come detto, è altrove. “Quello che si sta avverando è una crisi delle prospettive dell’economia cinese. Ci si era abituati a ritmi di crescita alti, ora si è cominciato a capire che anche al Cina si sta muovendo ai ritmi di sviluppo delle economie avanzate”. Non solo. “Viviamo una fase di passaggio con un problema di instabilità finanziaria. È la prima volta che la Cina si trova a fronteggiare un eccesso di indebitamento, che parte dal 2007 nel settore privato. Ci sono problemi strutturali che devono essere affrontati e c’è incertezza da parte delle autorità su come gestirli”.

Sono quindi i timori di una Cina che rallenti la propria corsa a dover impensierire le nostre aziende, come già ha evidenziato in mattinata anche dalla Bce, secondo cui – si legge nei verbali del Consiglio di luglio, ovvero settimane prima della svalutazione, gli sviluppi finanziari in Cina “potrebbero avere un impatto negativo maggiore del previsto, dato il suo ruolo importante nel commercio globale”.

“Il nostro Paese è prevalentemente esportatore e le nostre esportazioni sono fatte principalmente da imprese piccole e medie e una svalutazione porta un ritorno in termini di minore competività, mette in guardia ad Huffpost l’ad di InvitaliaDomenico Arcuri, anche membro della Fondazone Italia-Cina. “Le nostre Pmi però sono dinamiche e sono in grado di reagire, saranno in grado di ovviare in tempi ragionevoli ai problemi causati dagli eventi di questi giorni”. “Peraltro – prosegue Arcuri- si verifica anche un interessante paradosso: economie come quella europea che si sono fondate per anni sulle svalutazioni, ora che non sono più in grado di farlo si trovano ad essere colpiti dalla stessa arma che hanno usato per decenni”. Ma sui rischi per la nostra già fragile ripresa anche Arcuri è ottimista: “Dire che cresceremo di meno perché la Cina ha svalutato mi sembra prematuro”.

Giudizio condiviso anche dal direttore generale dell’Ice Roberto Luongo. “Non vedo un rischio immediato per le imprese italiane. Se si dovessero protrarre queste svalutazioni competitive o se ci fosse un forte rallentamento dell’economia cinese questo sarebbe preoccupante. Queste svalutazioni per ora sono assorbili”, ha detto in una intervista all’Adnkronos

Cina o non Cina, un primo segnale chiaro se il nostro Paese sia o meno sulla buona strada per centrare gli obiettivi del Def arriverà venerdì mattina dall’Istat. “Per quello che si è visto fino ad ora il secondo semestre è stato positivo per la Spagna e persino per la Grecia, anche se bisognerà capire meglio perché”, spiega ad HuffpostFrancsco Daveri, ordinario di Economia all’Università Cattolica e docente alla Bocconi. “Anche se la produzione industriale ha frenato mi aspetto un dato positivo, simile o migliore a quello registrato nel primo trimestre, quindi intorno al +0,3%”. Un buon dato al giro di boa che consentirebbe di agganciare l’obiettivo fissato dal governo. “Come spiegherò in una articolo su lavoce.info, per centrare lo 0,7% serviranno lo 0,4% nel terzo trimestre e il +0,3% nel quarto trimestre”.

Quanto alla Cina, le imprese italiane possono dormire sonni relativamente tranquilli. “Alcune delle imprese italiane di punta, come quelle del lusso, sono state più colpite da altre mosse del governo cinese, più che dalla svalutazione. Penso alla battaglia alla corruzione ad esempio, con cui si combatte un uso improprio di soldi che non vengono contabilizzati e che spesso venivano utilizzati per consumi opulenti”, spiega ancora Daveri. “Rispetto alle nostre esportazioni in Cina, rappresentano meno del 7% del totale, un dato molto basso se confrontato con il resto dei Paesi europei o gli Stati Uniti. Non dobbiamo proeccuparci”.

Di Flavio Bini

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/2015/08/13/cina-italia-economia_n_7983484.html

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